Qual è il modo in cui Dio risponde alle nostre preghiere?

Qual è il modo in cui Dio risponde alle preghiere dei suoi figli e delle sue figlie? Se sappiamo questo, sapremo pregare meglio. Ecco una risposta con cui io sono pienamente d’accordo.

 

“Anche se alla fine, dopo una lunga attesa, la nostra ragione non riesce a capire il vantaggio che abbiamo tratto dalle nostre preghiere e non ne sente alcun giovamento, tuttavia la nostra fede ci renderà certi di quel che i nostri sensi non avranno potuto scorgere, che avremo cioè ottenuto da Dio tutto quello che sarà stato buono, poiché il nostro Signore promette di provvedere alle contrarierà che ci affliggono dopo che gliele avremo esposte; così, nella povertà possederemo ogni abbondanza, nell’afflizione ogni consolazione. Se anche ci viene a mancare tutto, Dio, il Signore, non ci abbandonerà, in quanto non può frustrare l’attesa e la pazienza dei suoi. Egli solo ci basterà in ogni cosa; in quanto contiene in sé tutti i beni e ce li rivelerà nel giorno del suo giudizio in cui manifesterà pienamente il suo Regno”.

“Bisogna inoltre notare che, anche se Dio risponde subito alle nostre preghiere, non sempre risponde a quel che gli abbiamo chiesto ma, tenendoci in sospeso quanto all’apparenza, ci esaudisce in modo mirabile e ci fa vedere che non l’abbiamo pregato invano. Questo intende san Giovanni quando dice: ‘Se sappiamo che ci ode, quando gli abbiamo chiesto qualcosa, sappiamo che abbiamo ottenuto le richieste che gli abbiamo fatto” (1 Giovanni 5:15). Pare un insieme di parole fredde e superflue, ma è un’affermazione utilissima per avvertirci che, anche se Dio non acconsente e non risponde ai nostri desideri, non cessa di essere benevolo e propizio verso di noi, di modo che la nostra speranza, fondandosi sulla sua Parola, non sarà mai frustrata. Nulla è più utile e necessario ai credenti, che appoggiarsi su questa pazienza, poiché non reggerebbero se non vi si appoggiassero. Infatti il Signore non si vale di leggere esperienze per mettere alla prova i suoi: non solo li esercita abbastanza duramente, ma spesso li pone in una situazione di estrema necessità, lasciandoveli a lungo prima di far loro assaggiare e assaporare la sua dolcezza. Come dice Anna, prima di vivificare mortifica, prima di dare vita getta all’inferno (1 Samuele 2:6). Come non perdere, così afflitti, desolati e già mezzo morti, ogni coraggio e non cadere nella disperazione, se non li sostenesse il pensiero che sono custoditi da Dio e che tutto quel che ora soffrono e sopportano si risolverà felicemente? Per quanto si fondino su quella certezza, non per questo smettono di pregare, in quanto, se la nostra preghiera è priva di costanza e di perseveranza, non giova a nulla”.

Chi è che ha fornito questa risposta?

Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana, in due volumi, a cura di Giorgio Tourn, UTET, Torino 1971, III.XX.52 (pp. 1093-1094).

Essa mi piace così tanto che l’ho riportata alla fine del capitolo 4 (Il vangelo del benessere e della prosperità, pp. 31-46) del mio libro Speranza nella sofferenza (Sophos, Bologna 2017).

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Ci vediamo il 30 aprile-I maggio!

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